Nella sua percezione visiva, il colore non è quasi visto così com’è nella realtà, fisicamente. Questa constatazione fa del il colore è il più relativo dei mezzi artistici.
—Josef Albers
Il colore è protagonista in questa mostra che riunisce artisti italiani e internazionali dall’inizio del XX secolo fino all’età contemporanea. Da Josef Albers a Lee Sung-Kuen, passando per Piero Dorazio e Carla Accardi, tutti hanno fatto del colore il loro medium d’elezione, esprimendone liberamente il potenziale intrinseco.
Che sia per il suo valore simbolico o per il suo effetto sul corpo e sulla mente, il colore continua a essere oggetto di fascinazione, sperimentazione e studio. Al crocevia tra scienza ed estetica, esso interroga tanto il nostro modo di vedere quanto quello di percepire il mondo. Caratteristica essenziale della pittura tradizionale, nel XX secolo il colore diventa naturalmente uno dei principali temi d’indagine di molti artisti modernisti. Questi lo isolano e lo analizzano per emanciparlo progressivamente dalla sua funzione descrittiva e svilupparlo come medium autonomo, capace di generare effetti tanto sensoriali quanto emotivi.
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Con la sua opera al tempo stesso analitica e poetica, Piero Dorazio (1927-2005) è il pittore del colore per eccellenza. Tratto dopo tratto, intreccia il colore nei suoi Reticoli degli anni Sessanta fino a farne la materia stessa dell’opera. Proveniente dalla stessa realtà romana, Carla Accardi (1924-2014) libera il colore dal suo supporto tradizionale, lasciando evolvere i suoi segni dai toni aciduli sulla plastica trasparente o sulla tela grezza. Quest’ultima diventa, negli anni Settanta, il supporto privilegiato dell’artista torinese Giorgio Griffa (nato nel 1936). In una ricerca affine all’Arte Povera, ma anche alle procedure del Minimalismo, le sue tele vengono sospese direttamente alla parete, facendo delle tracce di colore l’unico vero intervento dell’artista.
Questo scollamento tra colore e pittura trova un naturale prolungamento nel Tutto (1988-89) di Alighiero Boetti, un mosaico dei tempi moderni in cui si accostano innumerevoli forme e silhouette tratte dall’universo visivo dell’artista. Ciascuna è stata pazientemente ricamata da un’artigiana afghana, che sceglie il colore del filo seguendo una sola regola: lo stesso colore non può essere utilizzato su due superfici adiacenti. Anni più tardi, l’artista coreano Lee Sung-Kuen (nato nel 1954) realizza le sue delicate sculture di fili colorati. Come Boetti, egli dà corpo al colore, andando oltre la pittura per creare opere sempre più immersive e coinvolgenti.
Ma il lavoro di questi artisti non sarebbe probabilmente stato possibile senza Josef Albers (1888-1976), uno dei più influenti teorici del colore in ambito artistico. La sua celebre serie Homage to the Square introduce un approccio rigoroso e oggettivo al colore, lasciando emergere l’interazione tra differenti sfumature e tonalità piuttosto che la mano dell’artista. Questa disciplina viene ripresa da artisti come Dadamaino (1930-2004), che tra il 1966 e il 1968 si dedica a uno studio quasi ossessivo degli effetti delle permutazioni cromatiche sulla percezione. Le opere della serie Ricerca del colore che ne derivano sono tra i suoi lavori più ambiziosi e rappresentativi, creando un ponte tra il Minimalismo e l’arte ottico-cinetica.
Questo tipo di indagine fenomenologica della percezione è alla base della ricerca di artisti come Alberto Biasi (nato nel 1937), che aspirano alla scomparsa dell’autore a favore dello spettatore. I suoi Oggetti ottico-dinamici prendono vita nella retina, frutto di fenomeni percettivi misurabili e degli effetti fisiologici sperimentati dall’osservatore. L’opera di Victor Vasarely (1906-1997), padre dell’Op Art, completa naturalmente il percorso espositivo, coniugando forma e colore per spingere oltre i limiti della visione e della percezione.











