Giocando con la luce e con il colore. Dialogo tra Nicola De Maria e Piero Dorazio
Con questa mostra, la Tornabuoni Art rende omaggio a due maestri del colore; due pittori da sempre presenti nelle collezioni della galleria, che nella seconda metà del Novecento hanno fatto della luce il loro soggetto, dell’astrazione il loro universo poetico. Attraverso quadri atmosferici come i Reticoli di Dorazio e Sono un pittore di casette (De Maria, 1982); opere segniche come le Nebulae di Dorazio e Testa baciata dagli angeli belli (De Maria, 1990-91); e composizioni più ludiche, come Arcanciel nuovo I (Dorazio, 2001) e Romanticismo segreto ribelle (De Maria, 2000-05), l’accostamento inedito di questi due artisti suggerisce un passaggio del testimone ideale nei due decenni in cui le loro ricerche si sovrappongono.
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Nato a Roma nel 1927, Dorazio muove i suoi primi passi nell’arte all’interno dei circoli marxisti della Capitale, negli anni Quaranta e Cinquanta. Alla ricerca di “nuovi rapporti cromatici” tramite l’identificazione delle “proprietà dinamiche e grafiche dei colori”, partecipa alla creazione del Gruppo Forma 1, fondato sulla convinzione che “i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili”. De Maria, invece, nasce nel 1954 a Foglianise (Benevento) e si stabilisce presto a Torino, dove vive ancora oggi. Esordisce con gli altri artisti riuniti da Achille Bonito Oliva nel 1979 sotto l’egida della Transavanguardia, definita come un “atteggiamento e filosofia dell’arte che punta sulla propria centralità e sul recupero di una ragione interna”; un movimento che privilegia l’intuizione e l’espressione personale, contrapponendosi così alla corrente cerebrale e concettuale che aveva dominato il panorama artistico del dopoguerra.
Nel corso delle rispettive carriere, entrambi gli artisti hanno mantenuto un saldo impegno nei confronti dell’astrazione come linguaggio espressivo privilegiato. Nelle opere degli esordi, come Time Locker (1963) per Dorazio, e Nell’occhio del bambino (1981) per De Maria, sembra emergere una medesima tensione verso quella che Dorazio definisce una “luce colorata non definibile”. Quest’ultimo, tuttavia, esplora la relazione tra spazio, forma e colore attraverso composizioni rigorose, dinamiche e strutturate, in cui il colore diventa vera architettura luminosa. De Maria, invece, procede per stratificazioni emotive e visionarie, dove il colore, denso e materico, trasmette una dimensione più intima, poetica e lirica.
Per De Maria, la “funzione dei colori” consiste nel “suscitare delle scosse emotive”. Dorazio, invece, sosteneva che si diventa pittori “quando, dopo aver studiato nei musei, nelle mostre e negli atelier d’artista gli effetti visivi che solo la pittura può produrre, si comprende che un pittore ha il potere di creare una propria realtà virtuale, capace di offrire agli spettatori sensazioni fenomeniche quali la luce, lo spazio, la distanza, il tempo, il peso, il movimento”. L’approccio analitico di Dorazio si contrappone quindi all’atteggiamento spirituale che guida De Maria: se per il primo la pittura tende a configurarsi come costruzione di una “realtà virtuale”, per il secondo essa mira a farsi “espressione della creazione”.
Eppure opere come Regno dei fiori – Sorridi faccia (De Maria, 1984-85), non possono che richiamare, sia cromaticamente che compositivamente tele come Leal (1972), di Dorazio, in cui schegge di colore vibrante si stagliano su un fondo di blu oltremare. D’altronde le opere di Dorazio di questo periodo, spesso paragonate alle antiche vetrate delle cattedrali, sembrano rivelare, dietro il loro rigore formalista, un interesse per la dimensione spirituale della luce e del colore. Allo stesso modo, opere come Felix orient (Dorazio, 1983) e Giardino e angeli + luci + baci (Giorno di Pasqua) (De Maria, 1984-85) dialogano graficamente, nonostante la pennellata di Dorazio rimanga precisa, quasi cinetica, e quella di De Maria più espressiva e materica.
Le opere di Dorazio e De Maria nascono quindi da approcci differenti, ma condividono una tensione comune verso una pittura libera e indipendente, capace di agire direttamente sulla percezione e sulle emozioni dell’osservatore. Il rapporto inedito tra questi due pittori rivela così due facce della stessa medaglia: un approccio modernista e uno postmoderno alla luce e al colore. All’interno della mostra, il dialogo tra ricerca ed espressione, formalismo e metafisica sembra fondersi in un’unica realtà reticolare, di cui invitiamo il pubblico milanese e internazionale a fare esperienza. Negli spazi della galleria, le opere si incontrano e convergono irresistibilmente, rivelando l’indomabilità della luce ed il potere ineffabile del colore.















